bla bla bla
Piccoli, poveri e sfacciati è la favola degli scugnizzi

Repubblica — 23 settembre 2007 pagina 13 sezione: NAPOLI
Da quella chiesa cade il cornicione Franco di Liberto Forum Tarsia Alle sette e quarantacinque di venerdì 21 settembre, quando Salita Pontecorvo pullulava di passanti, per lo più ragazzi che vanno a scuola, a soli dieci metri dalla scuola media Ugo Foscolo (circa 400 alunni) e a venti metri dall' istituto Margherita di Savoia e dalla succursale del liceo Genovesi (altri 1500 alunni), su Salita Pontecorvo è caduta una grossa porzione del cornicione della chiesa di San Giuseppe. è stato un vero miracolo che nessuno dei ragazzi sia stato colpito, che nessun passante ci abbia rimesso la pelle e che nessuna macchina fosse parcheggiata nei dodici metri quadri ora ricoperti da grossi calcinacci. Un precedente "miracolo" era accaduto all' Epifania del 2005, in quei giorni le scuole erano chiuse. Il Forum Tarsia in questi anni ha sollecitato Regione, Comune, Provincia, Sovrintendenza a farsi carico della situazione della chiesa, senza che nessuna di queste istituzioni mostrasse un minimo segno di interessamento o rispondesse alle nostre istanze. Parco Margherita strada bloccata Francesco de Goyzueta di Toverena Napoli Via del Parco Margherita è divenuta da molti mesi impraticabile. File di auto impunemente e con molta impudenza occupano i due versanti di marcia per cui gli autobus e file di autovetture restano continuamente bloccati. Nella carenza cronica di vigili ormai in via di estinzione, basterebbe che qualche ganascia sia riservata anche a questi altri "parcheggiatori" che appaiono signori ma che lo sono solo in apparenza, mentre nella pratica lo sono molto più quelli che sono costretti a farlo per fame. E perciò questi ultimi seppur colpevoli hanno molte attenuanti al contrario dei primi che seppur signori presentano molte aggravanti. Ancora tante barriere per i disabili Alfredo Capasso Napoli Duecento milioni di euro per rivitalizzare il centro storico di Napoli, va bene, ma il restyling deve prevedere pure l' abbattimento (dov' è possibile, chiaramente) delle barriere architettoniche, coinvolgendo anche i privati. Così sarà possibile per i tantissimi cittadini diversamente abili poter visitare (per la prima volta nella loro vita) le storiche e bellissime chiese presenti a decine nel centro storico. Nessuno stravolgimento architettonico, basta uno scivolo per superare gli alti e numerosi gradini che si trovano davanti a ogni chiesa. Barriere architettoniche di cui dovrà tener conto anche il progetto Sirena: va bene ristrutturare i palazzi, ma è una questione di civiltà poi eliminare le barriere se presenti in quei luoghi. Quel che non va a Materdei Ludovico Angelone Napoli La stazione di Materdei è unanimemente considerata una delle più belle, peccato che la piazza della metropolitana sia completamente abbandonata a se stessa. Vi scorrazzano motorini a tutte le ore impedendo che altri possa godere dello spazio pubblico; in via Materdei, i marciapiede sono perennemente occupati da mercanzia dei commercianti o dai soliti motorini parcheggiati, sicché è gioco forza camminare in mezzo alla strada mettendo a repentaglio la propria incolumità; a piazzetta San Gennaro a Materdei, il Comune amorevolmente impiantò degli alberi che poi sono cresciuti, ma è difficile potersi sedere sulle panchine visto le ferraglie e cianfrusaglie accatastate; la Casa dello scugnizzo è ubicata in questa piazza, e ha sempre svolto una meritoria azione sociale, ma alcuni anni fa divenuta fondazione ha dato in gestione a privati il suo campo di calcio, sottraendolo ai ragazzi del quartiere ma traendone un utile. Da quell' infausto giorno la pace è andata perduta, partite a tutte le ore, urla, schiamazzi, traffico bestiale di sfreccianti motorini. Fino ad arrivare al punto che i signori gestori, e qui ci riallacciamo al controllo del territorio inesistente, hanno messo, ai lati dell' ingresso del campo, un palo e una catena e usano con beffarda tranquillità uno spazio pubblico per far parcheggiare i motorini dei loro clienti, mentre chi è residente deve fare chilometri per poter trovare un po' di spazio. Infine nel quartiere sembra essere in atto una sospensione del codice della strada, in special modo il rispetto del senso di marcia sembra essere stato del tutto abolito. Tutto quanto su esposto è facilmente verificabile, basta fare una passeggiata, cosa che pare impedita ai vigili urbani che stazionano ciondolando in via Santa Teresa. I desideri di Posillipo Cesare Foà Napoli Parte di via Orazio dopo una serie infinite di proteste finalmente ha il manto rifatto, ma tutto il resto a Posillipo lascia a desiderare: strade ad alta densità di percorrenza con buche pericolosissime soprattutto per i motociclisti (via Petrarca e via Manzoni su tutte), strade dove si parcheggia a destra e sinistra limitando il traffico (via Orazio dove i vigili per un periodo sono passati hanno multato le auto su un lato ma all' altezza dei Carabinieri e della Botteghina hanno lasciato chissà perché che continuassero a parcheggiare le auto su entrambi i lati nonostante la stretta carreggiata, eppure è vietato in entrambi i sensi), strade dove l' incuria del privato invade la carreggiata con piante e costruzioni rendendo impraticabile la strada comunale via Villanova fino all' altezza del civico sette. L' amministrazione comunale ci vieta di vivere in maniera civile a Posillipo. Pubblicità molesta in funicolare Francesco Meneghini Napoli Nella funicolare centrale sono da alcuni mesi installati dei grandi video al plasma, che trasmettono ad alto volume messaggi pubblicitari e informazione generale. Sorvolo sul fatto che tali messaggi pubblicitari sono di per sé sgradevoli, urlati in italiano approssimativo, e ovviamente molto invadenti. Purtroppo non si ha in mano il telecomando per spegnere, come si farebbe se si stesse in casa propria. Il volume è altissimo e molesto. Come si può conciliare un tale inquinamento acustico con gli ambienti da poco ristrutturati della funicolare, che puntano a restituire alla città l' aspetto monumentale ed elegante di un tempo? Peraltro i video al plasma installati sono posti su porte di legno storiche, in ambienti che riproducono l' aspetto ottocentesco, e stridono moltissimo anche da un punto di vista estetico. Qual è l' opinione dei progettisti della stazione di piazza Fuga, o di via Toledo relativamente a questi orrendi inserimenti? E sempre si va senza casco Elvira Pierri Napoli Nella nostra città aumentano sempre di più i centauri che scorrazzano senza casco, tanto non li ferma nessuno. Loro non hanno distinzione d' età: dai giovanissimi agli attempati, infatti, la mancanza di rispetto delle regole regna sovrana.
   
Il Mattino — 27 febbraio 2007
Enrico Cardillo *
Mi dicono che sei andato via, Mario. Non ci sarà, quindi, altra occasione per rivederti con le tue Pall Mall lunghe accese tra le labbra e con quegli occhi che prepotentemente si fanno strada tra nuvole di fumo. Non ti troveremo circondato ed accompagnato dai tuoi libri, dalle tue riviste, dagli appunti su cui riversavi analisi, pensieri fissati camminando nelle viscere più buie e diseredate della nostra Napoli. Per me come per tanti altri, è stata una fortuna averti incontrato poco più che adolescente, arrivato a Piazzetta Materdei dal mio Ponte della Maddalena a Sant’Erasmo ai Granili. Avevo impiegato tempo per incrociarti. Ma sicuramente migliaia di volte ci eravamo sfiorati. Io vivevo nel quartiere delle «baracche», tra i baraccati, insieme a tanti ragazzi che chiusi dalla bidonville, dalle mura del porto, dai palazzi bombardati e dalla piccola piazza del quartiere, non conoscevano neanche Mergellina. E, soprattutto, non avevano a portata di mano una scuola pubblica elementare e media, uno spazio che oggi si direbbe per il tempo libero. Solo baracche, puzza e miseria che vedevano trecentosessantacinque giorni all’anno in promiscuità, tra palazzi sventrati, topi, ladri, prostitute, naviganti, militari americani ubriachi e operai stanchi che tornavano di notte. Dove deve stare un prete se non lì, tra i baraccati del Ponte della Maddalena o del Campo Arar, a organizzare speranze, diritti, lotte per l’uguaglianza? È lì che ci siamo sfiorati. Passò del tempo. Ci ritrovammo a Materdei nella Casa dello Scugnizzo. La tua casa. Un tetto, un libro, un piatto caldo per tutti. Tu, famoso nel mondo come apostolo dei poveri, non violento ma straordinariamente carismatico nell’organizzare e sostenere le lotte per la casa, il lavoro, l’autoriduzione di affitti insostenibili, la salute durante il colera, l’aumento del pane, l’istruzione pubblica gratuita, la pace nel mondo. Poi vennero anche film e libri che narravano la tua storia, quella di Don Vesuvio, il prete degli scugnizzi. Da te passammo in tanti: Luigi e Donato Greco, Mariella La Falce, Felice e Mariella Pignataro, Tonino Drago, Giovanni Tammaro, Claudio Ciambelli, Paolo Giannino, Goffredo Fofi, Luciano Carrino, Massimo Menegozzo, Piero Cerato, Geppino Fiorenza, Vittorio Dini, Fabrizia Ramondino, Domenico De Masi, Enrico Pugliese, Percy Allum, Giuliana Martirani, solo per citarne alcuni. Quando poi ti ho rivisto l’ultima volta, per discutere delle difficoltà economiche incombenti sulla Casa dello Scugnizzo, la tua casa, i tuoi capelli erano più bianchi ma la passione e l’entusiasmo restavano ancora salde. Poi seguì il tuo ritiro in Inghilterra dove eri già famoso e insegnavi all’università. Ora che non posso rivederti mi resta l’ultimo colloquio telefonico di fine ottobre. Pensavo che fosse giusto averti a Londra alla presentazione di un libro sulla tua amata Napoli. È stato in quell’ultima telefonata che ti ricordai, quanto la Napoli degli esclusi, dei più poveri, di quelli cui vengono negati i diritti, doveva al tuo insegnamento forte e non violento. Sarà ora la tua storia con i tuoi insegnamenti per la pace e i diritti, che continuerà a vivere nel nostro impegno, nei nostri ricordi ed in quelli di una città che ti deve tanto.
* assessore comunale al Bilancio
   


Mario Borrelli
Priest who achieved international renown in his campaigns to raise funds for the abandoned street children of Naples


From The Times - February 21, 2007
Don Vesuvio, the Tiger of Naples, the Saint of Naples, the Defiant One — these were some of the epithets popularly bestowed on Father Mario Borrelli over the years of his priesthood, 1946-71. His Casa dello Scugnizzo (House of the Urchins) struck wellwishers around Europe and the Anglophone world as a visible triumph of Christian dedication and determination unbowed by adversity. Later on, it was no less characteristic of his uncompromising sense of conviction that Borrelli should have sought permission to leave the priesthood, once the demands of the Church in Naples had, in his view, become incompatible with the integrity of his own work. As he saw it, “I had to choose between the people and the Church”. True, leaving the priesthood in 1971 was bound to diminish his charismatic appeal in some quarters. But no less telling was Borrelli’s decision also at this time to transform the Casa dello Scugnizzo into a multi-purpose Centro Communitario geared to meeting the needs of people in general rather than boys in particular. Community regeneration was not as photogenic as rescuing street children. Borrelli did not come from a conventional “priest-produc-ing” background. His family was working class, “attached to the jeweller's trade”. But, as he recalled, “when I was a child I loved to sing in the church choir and they said I had a beautiful voice”. And so the boy Mario was inspired and enabled to follow the example of a local priest benefactor by going back to school (which he had left at the end of elementary level) in order to prepare for the priesthood. His own reflections on this subject, when questioned by Sue MacGregor for a BBC Conversation Piece in 1983, were disarmingly frank: “Well, I don’t know, honestly. You never know what you want to be in your life, especially when you are a child. But I would say that, continually, I loved to have more education; probably because I wanted to escape my class.” As a newly ordained priest in the Naples of 1946 — “the most bombed city in all of Italy”, he called it — Borrelli set himself to take the Church to people otherwise left out: whether this meant trekking incognito to the camps of the despised charcoal-burners above Naples or driving his converted mobile church of an Austin van around to factory workers in the city, in what turned out to be a personal triumph over both trade union and employer opposition. However, it was his pioneering work with the scugnizzi of Naples that was to make him famous beyond local bounds. Borrelli’s conception of how to approach the scugnizzi was resolutely and dramatically simple. These children of the streets were unloved and condemned to find their own ways of survival. The only way they could be reached and helped, Borrelli reasoned, had to be from within their own ranks. So, being a priest of fortunately small stature — not to mention of sufficient resolution to overcome the huge misgivings of the Church establishment in Naples — Borrelli transformed himself into a nighttime scugnizzo; sharing their lives, incognito, for some seven months before eventually declaring himself and inviting them to come, if they wished, to share the derelict Church of Materdei, which he had secured for their shelter — and from which they could carry on scratching a living for themselves, by collecting scrap metal and the like. It was, as near as he could make it, a no-strings offer. And enough agreed to come. It was the stuff of a legend in the making. Morris West was not the first writer to be attracted from outside Italy, but it was the publication of his bestselling The Children of the Sun (1957) that did most to transform the Casa dello Scugnizzo, virtually overnight, into an international concern, and Borrelli into a putative saint — an attribute he always impatiently dismissed, saying, “I am simply being a Christian.” Fundraising networks sprang up across Britain, Canada, Australia, France, West Germany and the Nether-lands. The BBC programme Father Borrelli: This is Your Life (broadcast on October 9, 1961) helped to set the pace, and during the 1960s Borrelli made numerous visits to the UK to speak about his project. However, all this activity was itself helping to change the nature of operations back in Naples. With Borrelli so much elsewhere, the casa was evolving into an institution: staffed by volunteers and child-friendly without doubt, but hardly the no-strings arrangement originally embarked on. Furthermore, the focus of Borrelli’s own attentions was shifting away from the scugnizzi, to the occupants of the baracche, the shanty towns of derelict Naples that produced the street children. Typically, Borrelli lived in a series of these from 1964, as well as liaising with other voluntary groups. Eventually he took part in a series of sit-down street protests — being transported to the Dormitorio Pubblico each night. Visitors coming to meet the little boys of the casa were often uncomfortably surprised at being taken to view the baracche as well. A purpose-built, internationally funded casa was officially opened in 1969. By then, however, Borrelli himself was immersed in a master’s degree course in social administration at the London School of Economics, 1968-70, thanks to the encouragement of Richard Titmuss, the first professor of that discipline at the LSE. The contacts he made with activists in the fields of home-lessness and community action over this period further cemented Borrelli’s convictions about where next to go in Naples. Once it finally became known that Borrelli’s new Casa dello Scugnizzo was to function as a community centre, the end of the project as an international concern seemed inevitable. His detachment from the project in the UK and his growing interest in wider issues looked likely to distance him further from the Casa dello Scugnizzo. However, the Centro Communitario Mario Borrelli di Materdei remained under Borelli’s personal direction until 1997 and still flourishes as a centre for community action in Naples. The survival of the Mario Borrelli Naples Fund in the UK is a tribute to the loyalty of its supporters. Borrelli is survived by his wife, Jilyan West Borrelli, and their daughter. Mario Borrelli, priest and social activist, was born on September 22, 1922.
He died on February 13, 2007, aged 84
   
Borrelli si è spento il vulcano buono

Repubblica — 15 febbraio 2007 pagina 1 sezione: NAPOLI
Si è spento a Oxford all' età di ottantadue anni Mario Borrelli, il cui nome forse non è molto noto quanto dovrebbe: ma tutti conoscono la Casa dello Scugnizzo di Materdei, fondata nel 1950 e oggi Fondazione: assai più meritevole delle tante che fioriscono a Napoli come funghi. Borrelli è stato un prete di strada e cominciò il suo apostolato nell' immediato dopoguerra, raccogliendo scugnizzi senza casa e senza famiglia o con una famiglia disastrata, con madri puttane e padri dietro i cancelli di Poggioreale. Li accolse col suo amore e la sua dedizione, presentandosi come uno di loro per farsi accettare: invece aveva studiato in Inghilterra, si era laureato, insegnava religione ed era un esperto paleografo e bibliofilo. Era un cristiano che aveva saputo andare verso i più deboli e i più diseredati: facendo suo il motto evangelico Sinite parvulos venire ad me. Li accolse quei bambini e ragazzi "traviati" che magari erano usciti ed entrati dal carcere delle Cappuccinelle. A lui non interessavano i loro trascorsi, le loro difficili famiglie: a molti insegnò a leggere e a scrivere, insegnò un mestiere per guadagnarsi da vivere modestamente e degnamente. Molti sono divenuti suoi collaboratori prima di prendere la loro via. Me lo presentò Percy Allum a metà degli anni Sessanta che se ne avvalse come preziosa fonte di notizie e informazioni quando lavorava al suo celebre libro sul potere a Napoli. Borrelli era un uomo semplice ma di rara vivacità intellettuale, non a caso i suoi ragazzi lo chiamavano 'O Vesuvio. Il suo nome era più celebre nel mondo che a Napoli, un destino in questo parallelo a quello di Danilo Dolci che conobbi negli stessi anni a Partinico: ma Danilo era triestino e lui napoletano. Una differenza non da poco. Nel 1957 il giornalista Morris West gli dedicò un libro The children of the sun che lo rese celebre e gli consentì di avere aiuti da tutto il mondo per la sua istituzione. Mi scuso per il ricordo personale: un giorno gli chiesi delle sue difficoltà di prete anomalo e gli dissi che mio padre era molto amico di padre Balducci, uno scolopio, teologo di razza, molto noto negli ambienti più avanzati della Chiesa preconciliare. Mi disse che era suo amico e mi mostrò un fascio di lettere di Balducci. Dalle gerarchie cattoliche era tenuto in sospetto e questa diffidenza crebbe quando, abbandonato l' abito talare, sposò una ragazza sudamericana da cui ebbe una figlia. La sua autobiografia Marciapiedi è un libro da leggere e Mario un uomo a cui i napoletani debbono essere molto grati per averci indicato la strada giusta. - CESARE DE SETA
   

Addio a Borrelli, fondò la Casa dello Scugnizzo


Il Mattino — 14 febbraio 2007
Generoso Picone - Negli anni Quaranta lungo via Marina, al Vasto o per i vicoli dei Quartieri girava un prete venticinquenne travestito da straccione che si era messo in testa di dare una casa agli scugnizzi. Li cercava e quando li trovava tentava di convincerli a seguirlo a Materdei dove avrebbero avuto un tetto, un piatto caldo, un’istruzione. Si chiamavano «Suricillo z’o zuoppo», «cap’e provola», «’o cinese» oppure «’o muschillo» e conoscevano quel tipo strano come «Naso stuorto»: lo chiameranno così per anni. Soltanto all’ultima pagina di Don Vesuvio, il libro di Anthony Thorne che uscì prima negli Usa e poi - nel 1963 - in Italia, lui rivelò la sua vera identità di don Mario. «Sì, io sono don Vesuvio e sono ”Naso stuorto”. Sono tutti e due». Gli scugnizzi rimasero sorpresi ma presto si sciolsero. Racconterà lui: «Mi tiravano le vesti, tentavano di baciarmi, mi si appendevano alle mani. A questo non ero preparato. Erano ragazzi coriacei ma, insomma, erano pur anche napoletani. Sapevano che ciò che avevo fatto lo avevo fatto per amore, e comprendevano, pur non potendo esprimerlo, che proprio questo amore era ciò di cui avevano tanto bisogno». Mario Borrelli se ne è andato, a 82 anni e dopo una vita totalmente spesa per aiutare chi ne aveva bisogno. Non più don Mario per essere tornato allo stato laicale nel 1971 quando sposò una ragazza sudamericana che gli avrebbe dato una figlia, rimarrà per sempre don Vesuvio: l’antesignano dei maestri di strada, l’uomo della Casa dello scugnizzo, il luogo di Materdei che è stato il riferimento di tante generazioni di napoletani, dei ragazzi che vi trovavano dimora e quiete e dei tanti che seguendo l’insegnamento di Borrelli lì davano semplicemente una mano. Così, per amore. Don Mario Borrelli si era laureato giovanissimo in Inghilterra, aveva continuato a coltivare i suoi studi di Teologia e Paleografia ed era diventato membro del comitato diocesano per l’Anno Santo. Insegnava religione in un prestigioso liceo classico del Vomero, ma prima di ogni cosa aveva messo gli scugnizzi e la strada. Le gerarchie ecclesiastiche non erano entusiaste del suo caritatevole girovagare notturno: lui non aveva mai ceduto di un passo. Nel 1950 fondò la Casa e lo si poteva incontrare anche di giorno in giro mentre andava in giro con il suo carretto di robivecchi o giocava i numeri alle lotterie. Aveva necessità di altri soldi e quando gli capitò tra le mani il biglietto vincente di Agnano che il proprietario non aveva riscosso, nonostante la risposta negativa dei superiori a utilizzare la cospicua cifra andò avanti ugualmente e finì per spuntarla. Era fatto così, testardo. Il suo nome divenne celebre nel mondo grazie al libro che nel 1957 gli dedicò Morris West, The children of the sun. «Una delle più commoventi storie che avessi mai letto», commentò Eleanor Roosevelt, la moglie del presidente americano. Nel 1958 il film sulla sua vicenda, «Il bacio del sole» - con Otto Wilheim Fischer, Nino Taranto e Marisa Merlini - favorì la moltiplicazione dei comitati dei sostenitori, dall’Australia all’Olanda. Lui divenne bibliotecario all’oratorio dei Girolamini, dove catalogò i 70mila preziosi volumi tra cui alcuni inediti di Alessandro Scarlatti. Nel 1967 la chiesetta di San Gennaro venne demolita per far posto alla nuova sede della Casa: don Mario si era trasferito all’accreditata London School of Economics per conseguire il Master of Science in Social Administration e meglio gestire i fondi sempre maggiori, 120mila sterline solo dalla Gran Bretagna. Nel 1969 venne inaugurata la struttura, un complesso di quattro piani bianco e rosso, semplice, luminoso e imponente come don Vesuvio. Missione compiuta? Per niente. Nel 1995, quando fu ristampata l’autobiografia Marciapiedi, Mario Borrelli spiegò che «gli scugnizzi vagabondi erano solo i sintomi di un malessere sociale: bastava curare questo male e gli scugnizzi sarebbero spariti». E se ci sono ancora, in forme diverse dal passato ma egualmente tragiche, qualcosa non ha funzionato. Compiuti gli 80 anni, con la grinta di sempre, riconobbe: «Sono questi ragazzi che mi hanno restituito il senso stupendo della libertà, della liberazione di me stesso attraverso una vita in comune che era un’avventura continua».
Oggi è finita, resta il suo esempio.
   
Father Mario Borelli - 1922-2007

The London of Economics and Political Science
Father Mario Borrelli died on 13 February 2007, aged 84. Born on 22 September 1922, Borrelli did not come from a conventional “priest-producing” background. His family was working class, “attached to the jeweller's trade”. The boy Mario was inspired by the local church choir and followed the example of a local priest benefactor by going back to school (which he had left at the end of elementary level) in order to prepare for the priesthood. His own reflections on this subject, when questioned by Sue MacGregor for a BBC Conversation Piece in 1983, were disarmingly frank: “Well, I don’t know, honestly. You never know what you want to be in your life, especially when you are a child. But I would say that, continually, I loved to have more education; probably because I wanted to escape my class.” As a newly ordained priest in the Naples of 1946, Borrelli set himself to take the Church to people otherwise left out. However, it was his pioneering work with the scugnizzi of Naples that was to make him famous beyond local bounds. Borrelli’s conception of how to approach the scugnizzi was resolutely and dramatically simple. These children of the streets were unloved and condemned to find their own ways of survival. The only way they could be reached and helped, Borrelli reasoned, had to be from within their own ranks. Morris West was not the first writer to be attracted from outside Italy, but it was the publication of his bestselling The Children of the Sun (1957) that did most to transform the Casa dello Scugnizzo, virtually overnight, into an international concern, and Borrelli into a putative saint. Fundraising networks sprang up across Britain, Canada, Australia, France, West Germany and the Netherlands. The BBC programme Father Borrelli: This is Your Life (broadcast on October 9, 1961) helped to set the pace, and during the 1960s Borrelli made numerous visits to the UK to speak about his project. However, all this activity was itself helping to change the nature of operations back in Naples. With Borrelli so much elsewhere, the casa was evolving into an institution: staffed by volunteers and child-friendly without doubt, but hardly the no-strings arrangement originally embarked on. Furthermore, the focus of Borrelli’s own attentions was shifting away from the scugnizzi, to the occupants of the baracche, the shanty towns of derelict Naples that produced the street children. A purpose-built, internationally funded casa was officially opened in 1969. By then, however, Borrelli himself was immersed in a master’s degree course in social administration at LSE, 1968-70, thanks to the encouragement of Richard Titmuss, the first professor of that discipline at the School. The contacts he made with activists in the fields of homelessness and community action over this period further cemented Borrelli’s convictions about where next to go in Naples. Once it finally became known that Borrelli’s new Casa dello Scugnizzo was to function as a community centre, the end of the project as an international concern seemed inevitable. His detachment from the project in the UK and his growing interest in wider issues looked likely to distance him further from the Casa dello Scugnizzo. However, the Centro Communitario Mario Borrelli di Materdei remained under Borelli’s personal direction until 1997 and still flourishes as a centre for community action in Naples. The survival of the Mario Borrelli Naples Fund in the UK is a tribute to the loyalty of its supporters. Borrelli is survived by his wife, Jilyan West Borrelli, and their daughter.
   
'Todos-Nos', laboratori teatrali per cinquanta ragazzi a rischio

Repubblica — 19 gennaio 2007 pagina 13 sezione: NAPOLI
Cinquanta ragazzi napoletani di diversi quartieri a rischio della città si incontrano e si raccontano sul palcoscenico del Teatro Nuovo. Stasera alle 18 va in scena "Todos Nòs - Tutti Noi" un progetto nato tre anni fa con la collaborazione tra diversi Enti e associazioni che si occupano di minori a rischio. Il progetto nasce nel 2004 con la realizzazione di spettacoli, conferenze, incontri internazionali e la creazione di una rete di lavoro tra i giovani e le istituzioni dei diversi quartieri. Al Teatro Nuovo i ragazzi mettono in scena i risultati dei laboratori teatrali svolti sul territorio dalle associazioni e dalle cooperative legate al Comune di Napoli che si occupano di giovani a rischio. Raccontano scene di vita quotidiana in una città difficile, relazioni tra coetanei e il rapporto con famiglia e lavoro. «E' la strada privilegiata per rompere la cultura della marginalità cui non solo i giovani ma anche le stesse istituzioni sono sottoposte nel loro lavoro troppo spesso nascosto e isolato - spiega Tito Piscitelli regista dello spettacolo -. I giovani di Napoli hanno senz' altro un grande talento naturale che si trasforma in la teatralità. Lo spettacolo è un collage di piccole performance durante le quali i ragazzi esprimono se stessi in situazioni diverse ma sempre con ironia». Tito Piscitelli è un regista che lavora già da molti anni con i ragazzi. E non solo a Napoli. Negli anni scorsi è riuscito a portare in Italia un laboratorio teatrale su Romeo e Giulietta realizzato con i bambini delle favelas di Bahia. Da allora lavora con i giovanissimi in situazione di rischio sociale sia italiani che brasiliani, realizzando seminari, spettacoli e scambi internazionali. «Abbiamo lavorato con il Comune di Santo Andrè di Sao Paulo e Salvador da Bahia - dice Piscitelli - e speriamo di potere anche quest' anno fare incontrare questi giovani che per motivi diversi si trovano a vivere le stesse condizioni di disagio». Il progetto "Todos Nòs - Tutti Noi", di cui Piscitelli è fondatore, si realizza attraverso la divulgazione culturale come strumento d' intervento nel sociale. L' uso del teatro con gli adolescenti provenienti da aree degradate favorisce la coesione e la tolleranza. Attraverso l' interpretazione i giovani recuperano autostima e un' identità culturale comune anche se provengono da mondi diversi. «E' sorprendente - spiega Piscitelli - come proprio nei quartieri a rischio nascano talenti artistici. In un momento in cui i ragazzi della nostra città conquistano l' attenzione di noi adulti come casi di estrema emergenza, al limite tra pietà e fastidio, è molto interessante che alcune associazioni riescano a lavorare insieme per sottolineare la loro bellezza e intelligenza». Il progetto è nato grazie alla volontà del Comune di Napoli e delle Cooperative Assistenza e territorio, Xenia, Orsa maggiore, le associazioni Il trifoglio, Maestri di Strada e la fondazione La casa dello scugnizzo. Lo spettacolo è a ingresso libero con prenotazione obbligatoria. Info 081/406062 - SILVIA PEPE
   
Inedito 'Scugnizzo' storie di ragazzi tra memoria e mito

Repubblica — 09 giugno 2004   pagina 12   sezione: NAPOLI
Scugnizzi, ragazzi di strada segnati da un destino difficile, ma poi recuperati, sono al centro dell' originale testo curato da Luciano Scateni ed Ermete Ferraro (Intramoenia edizione) e presentato ieri alla Feltrinelli. Il testo, particolare anche per la veste grafica, racchiude nel cofanetto grigio una serie di foto d' epoca dei ragazzi che hanno frequentato la Casa dello Scugnizzo fondata da don Mario Borrelli tra il 1949 e 1950, e comprende le testimonianze di Raffaele Rota e Salvatore De Maio, due ex scugnizzi. Luciano Scateni ha spiegato che con questa pubblicazione «si è voluto far scoprire una storia inedita per Napoli: quella appunto di Giulia Franceschi Civita e della sua nave asilo per circa 700 orfani e scugnizzi abbandonati», storia raccontata nel giugno del 1947 in un articolo pubblicato da Lieta Nicodemi sul "Risorgimento". Ma l' occasione del libro è stato anche un momento di riflessione sulle profonde contraddizioni tra la città nobile e aristocratica di Monte di Dio e quella degradata del Pallonetto e dei vicoli di Toledo. Al dibattito hanno partecipato Marino Niola, Pino De Maio, don Tonino Palmese, sacerdote a Portici, Serena Rossi e Gianni Lanni, protagonisti del musical "Scugnizzi" di Claudio Mattone con gli attori di "Un posto al sole". Si è discusso sulla capacità dello scugnizzo di inventarsi ogni stratagemma per sopravvivere. Rappresentano infatti un esempio della fusione di coraggio e vigliaccheria. Lo scugnizzo, «variante napoletana di una categoria universale» come ha sottolineato Marino Niola, «che diventa una parola magica di cui tutti più o meno s' impadroniscono pur con le varie trasformazioni che questa figura incarna». Da selvaggio ad eroe a seconda delle situazioni, creatura senza infanzia, ma figlio di grandi che non crescono mai. - ANNELLA PRISCO
   
'Io, fiero della mia vita eravamo terribili ma senza cattiveria'

Repubblica — 20 aprile 2004 pagina 9 sezione: NAPOLI
Sono nato a Ercolano nel 1946, in una famiglia numerosa. Il problema a casa mia era soprattutto economico: mio padre una volta lavorava e un' altra no. Eravamo cinque di noi: avevo un fratello e tre sorelle, con cui andavamo abbastanza d' accordo e tuttora ci sentiamo. Certo, era il tempo dopo la guerra, ma io credo che la guerra c' entrava e non c' entrava. Era più un fatto di famiglia: non c' era lavoro, non ci stava guadagno, e si viveva male.... Allora ero un poco sbandato e stavo molto in mezzo alla strada, con le bande degli scugnizzi: facevamo la guainella con le pietre, una volta m' attaccarono e mi hanno fatto 'o salasso... Mah, l' aggio date e l' aggio pigliate. Nel 1954, quando avevo otto anni, mi hanno portato a Napoli, dove sono entrato alla Casa dello Scugnizzo di padre Borrelli, dove ho fatto fino alla quinta elementare, che frequentavo alla scuola pubblica, l' "Onorato Fava" a piazzetta Materdei. Per i ragazzi più grandi, oltre alle scuole medie pubbliche, c' erano anche i laboratori, che però si trovavano a via Duomo, ai Girolamini, dove si poteva imparare a fare il tornitore meccanico, oppure a fare i pastori di creta.... Mi pare che a quei tempi eravamo 70 ragazzi, divisi in tre gruppi: i piccoli, i mezzani e i grandi. Eravamo parecchi, ma non mi ricordo episodi di prepotenza fra noi, anche dei grandi, quando stavamo allo Scugnizzo: una volta usciti dalla vita per strada, non ci stavano più violenze. Con Salvatore Di Maio e Giorgio Selvaggio eravamo amici, perché stavamo nel gruppo dei piccoli dello Scugnizzo, c' erano pure Oliva e Desideri, che adesso abitano in Germania....L' unico che adesso vive ancora è Giorgio Selvaggio, che abita a Materdei. Ogni mattina si faceva colazione nel refettorio, che stava dove c' erano le baracche dei dormitori, sul lato destro dell' attuale campo sportivo. Erano vere e proprie baracche, con le lamiere sopra; mentre, dove adesso ci sta la palestra, c' era il cantiere, dove venivano raccolti e riciclati i mobili. I grandi, invece, dormivano sopra, nella chiesa di San Gennaro, che stava sopra in buone condizioni. Sull' altro lato dell' attuale campo sportivo, sulla parte rialzata, c' era pure un' altra chiesina, dove si diceva la messa, e dove spesso io servivo la messa a don Mario, come chierichetto. Mi ricordo che qualche volta facevo anche i dispetti, e gli versavo nel calice più acqua che vino....(...) All' uscita dalla scuola, poi, tornavamo all' istituto, pranzavamo nel refettorio e andavamo a giocare nel giardino dietro la chiesa, dove facevamo i tornei di pallone a squadra. Certe volte facevamo anche delle gite, gli educatori ci portavano a visitare le portaerei americane.... Ce ne tornavamo con i cappelli dei marinai, con le tasche piene di centesimi, tutti allegri e festosi... Certo, io sono scappato diverse volte. Era la mia voglia di evadere: volevo essere libero. Una volta, a bordo del '5' , mi presero e mi portarono al riformatorio Filangieri, dove sono stato un mese in osservazione, proprio perché me ne scappavo sempre. Mi chiesero se volevo tornare a Materdei oppure andare a Nisida. Siccome ero curioso, risposi «a Nisida» e «là m' addirizzajeno bbuono bbuono....». Eravamo pure un po' terribili... Quello che mi dava fastidio veramente non era il fatto di vivere assieme agli altri, ma dover stare chiusi, essere obbligati a tornare qua dopo la scuola... è per questo che me ne sono scappato diverse volte. In effetti a Materdei eravamo abbastanza liberi, andavamo a scuola fuori... Una delle volte che ce ne andammo via, eravamo io, Giorgio e un altro che non mi ricordo come si chiamava. Invece di andare a scuola, arrivammo fino a Capodimonte, ma, al ritorno, loro si misero paura e vollero tornare allo Scugnizzo. Io invece, con la borsa dei libri sotto braccio, me ne andai col tram a San Giorgio...Tornai a casa mia, dove c' era mamma tutta disperata... (...) Oggi, dopo tanti anni, devo dire che, a quell' epoca, gli scugnizzi come me erano ancora buoni: ragazzi sbandati, che avevano bisogno d' affetto. Adesso non li chiamerei scugnizzi, magari gente abbandonata, ma non scugnizzi. La situazione mi pare che è peggiorata. Noi eravamo scugnizzi, ma non facevamo le cattiverie che fanno adesso. Facevamo gli scugnizzi, per avere una certa libertà noi, non per fare del male agli altri (...) Questa è la mia storia e non c' è niente da nascondere. Io sono fiero della mia vita e pure gli altri la possono sapere...La vita che ho fatto ho il piacere che la conoscono anche gli altri, così capiscono qualcosa di noi. - RAFFAELE ROTA
   
Piccoli, poveri e sfacciati è la favola degli scugnizzi

Repubblica — 20 aprile 2004 pagina 9 sezione: NAPOLI
Dici scugnizzo ed evochi Napoli, ovunque tu sia. E lo devi a Viviani, forse, o forse a Gemito, o forse alle foto indimenticabili di Robert Capa, e anche un poco a Nanni Loy, forse. L' immagine del ragazzetto lacero, un Peter Pan al rovescio precocemente privato dell' infanzia, maestro nell' arte del sopravvivere, si è applicata alla città come e più di una maschera, contribuendo a un' idea di Napoli, fra la realtà e lo stereotipo, cara soprattutto a chi ne ama la cartolina. Nell' immaginario comune, scugnizzo è sinonimo di una povertà estrema, ma illuminata dallo stato di grazia dell' infanzia, e perciò quasi immune dalla miseria umana. Come dice Marino Niola, antropologo e studioso acuto di fenomeni partenopei, «è il figlio del lazzaro, il suo cucciolo. Come lui fa parte di quel mondo non redento dalla civiltà, di quella Napoli che Leopardi definiva semibarbara. Ma, diversamente dal lazzaro che è figura inquietante, suscita tenerezza, anche se oscilla continuamente tra positività e negatività, come tutti i miti». Così era uno scugnizzo Filippo Illuminato, 14 anni, medaglia d' oro delle Quattro Giornate, che perse la vita lanciando una bomba contro un carro armato tedesco a Piazza del Plebiscito. Ma sono anche fatte di scugnizzi le bande fameliche e pronte a tutto che percorrono i vicoli della città occupata descritta da Curzio Malaparte. «Briccone divino» per antonomasia - come dice Niola - diretto erede di Ermes che rubò ad Apollo i buoi ma lo incantò con il suono della lira e della sua intelligenza spudorata, lo scugnizzo è dunque capace di grandi bassezze ma anche di gesti straordinari, che corrispondono comunque al suo nuotare in mare avverso. Così non è difficile, ancora oggi, trovare chi si vanta d' essere stato tra gli «ultimi esemplari» di questa razza. Nino D' Angelo, che ha portato in scena una indimenticabile versione teatrale di Viviani: «Lo sognavo da vent' anni perché mi sentivo "dentro" a un personaggio come Antonio Esposito, molto napoletano. Ma non fu possibile ottenere il permesso dai Viviani, perché quando lo chiesi la prima volta, ero il ragazzetto dei film acqua e sapone. Pensavano che non fossi all' altezza. Poi, con gli anni, ho forse guadagnato credibilità anche ai loro occhi. Scugnizzo io? Dipende da quel che s' intende. Scugnizzo all' antica, quando la parola non era cattiva. Quando voleva dire semplicemente ragazzo di strada, capace di arrangiarsi, ma pieno di umanità e di valori». Ed Enzo Gragnaniello, parlando dell' infanzia vissuta ai Quartieri: «Sono stato uno scugnizzo, l' ultima generazione. Questi che vedo ora non lo sono più. Sono drogati di firme, di marche. Per una firma sono disposti a tutto. Io li chiamo Dinos, dinosauri. Sono spietati». Insomma, come Il sindaco del rione Sanità di Eduardo ha lasciato, fra Terzigno e le Fontanelle, squallidi, irriconoscibili, eredi, così anche gli scugnizzi sembrano estinti, essi sì dinosauri, trascinati via dalla glaciazione che ha cancellato il mondo d' antan che li aveva prodotti e lasciati alla loro deriva proprio mentre li scopriva nelle foto, al cinema, a teatro. Dice Niola: «Lo stereotipo dello scugnizzo è chiaramente ottocentesco, l' epoca in cui si consolida la mitologia popolare napoletana, quella delle grandi icone della città di Dumas e madame de Stael. Come ottocentesco sembra essere il termine, che deriva da scugnà, scugnare, e significa letteralmente scheggiare con la propria trottola la trottola del compagno». Immagine che richiama insieme l' eterno divenire eracliteo, ma anche il gioco, e ben traduce l' argento vivo addosso dell' infanzia, la trasformazione della crescita, la necessità di sogno che neppure l' estrema miseria riesce ad annullare. Ancora Niola: «Lo stereotipo finisce con gli Anni Sessanta e lo scugnizzo cambia faccia quando la mitologia popolare si frantuma. Così il mito scende dall' Olimpo al Filangieri e, via rotolando, oggi lo puoi forse trovare in Montenegro, sulle rotte di traffici inconfessabili». Cambia faccia, dice Niola. Non dice scompare. Perché se ha ragione Gragnaniello (è difficile oggi definire scugnizzi i ragazzi deprivati delle periferie e dei quartieri), se la povertà assoluta ha mutato natura (non ci si batte per un tozzo di pane, casomai per un cellulare), la forbice della diseguaglianza non si è affatto richiusa. Anzi. L' attore Ciro Capano in un bellissimo scritto su "Repubblica" in morte del nipote Emilio, assurdamente ucciso da una frattura procuratasi con un gioco di strada, descrive se stesso come uno scugnizzo, ma riconosce una linea di continuità tra la sua sorte e quella del bambino sfortunato e quasi implora: «Io, come ex ragazzo senza futuro dell' Arenaccia, vi prego di dare occasioni a questi giovani». E lo stesso sindaco, Rosa Russo Iervolino, ammette nella prefazione al libro di Luciano Scateni e di Ermete Ferraro (Scugnizzi, dalla strada alla dignità di persona nelle esperienze della Nave scuola Caracciolo e della Casa dello Scugnizzo, ed. Intra Moenia, pag. 111), di cui pubblichiamo qui accanto un ampio stralcio: «Oggi viviamo in un altro tempo, i nuovi scugnizzi di Napoli hanno altre facce, altri modelli di vita e differenti modi di confrontarsi con la miseria, ma anche queste ferite richiedono da parte della città uno sforzo maggiore». Qualunque sia l' opinione sul deficit di attenzione che la marginalità infantile richiederebbe, c' è comunque un aspetto sul quale merita riflettere. Dice Niola: «Lo scugnizzo ha cambiato faccia, quella che invece è scomparsa è la simpatia per l' infanzia malata di miseria. Oggi diciamo microcriminalità, intendendo piccoli reati compiuti da piccoli uomini. E ce ne difendiamo con la stessa angoscia con cui trattiamo ogni alterità, da quella dell' Oriente a quella dell' Oriente prossimo che è la sottocultura. Come gli anni Settanta sono stati l' apologia delle differenze, il Duemila ne è la criminalizzazione. E' la confessione del nostro disagio». E della nostra impotenza. - ELEONORA BERTOLOTTO
   
Living Theatre a Officina 99

Repubblica — 02 febbraio 2000 pagina 14 sezione: NAPOLI
LABORATORIO del Living Theatre a Officina 99, in via Gianturco, a partire dalle ore 19. Si tratta della prima fase del progetto "Loretta Auditorium", una serie di spettacoli che "esplorano le politiche del desiderio nel mercato libero". Il progetto itinerante si sposterà, da domani sera, alla Casa dello Scugnizzo nel Rione Materdei. Lo spettacolo conclusivo si terrà a partire dal giorno 11. Il Living Theatre lancia un appello a chiunque voglia collaborare: musicisti, tecnici del suono, traduttori e altri operatori teatrali.
Info 0347-6177283.