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l Centro Comunitario Materdei ha iniziato la sua attività nell’ambito dell’omonimo rione napoletano nel 1970, come continuazione e ideale logico sviluppo sociale della “Casa dello Scugnizzo” sorta nell’immediato dopoguerra per iniziativa di Mario Borrelli. Con il sopraggiungere di trasformazioni legate all'evoluzione dei tempi e al graduale riassetto organizzativo, essa ha assunto la fisionomia di Fondazione (24 giugno 1991).
La Casa offriva ospitalità, cibo, educazione e sostegno morale ad un numeroso gruppo di ragazzi privi di tutto, prendendo temporaneamente il posto di una famiglia inesistente (nel ‘50/54 la percentuale di abbandonati dai genitori era di oltre il 50%, mentre gli orfani erano circa il 30%). Questi “scugnizzi” provenivano per quasi il 50% dalla strada, erano costretti a vivere da sbandati nel modo più precario , ragion per cui l’esigenza primaria da soddisfare in quel caso, era quella di garantire loro alloggio, vitto ed educazione, cercando di portare avanti un’iniziativa coraggiosa ed anticonformista, in una Napoli che ai suoi mali secolari aggiungeva lo sfacelo provocato dal conflitto mondiale ed il clima di disordine e corruzione tipico dell’immediato dopoguerra.
Negli anni seguenti la città si liberò delle sue piaghe più vistose, dirette conseguenze dell’evento bellico, ma d’altra parte vide aumentare le sue contraddizioni di città cresciuta troppo sul settore terziario, cioè di città di servizi senza un conseguente processo di industrializzazione che li sostenesse e giustificasse, e senza le risorse necessarie alla sua stessa sopravvivenza. Spariti, quindi, o almeno molto attenuati, i problemi più gravi, restavano insoluti quelli che costringevano Napoli nella morsa di uno sviluppo fittizio e parassitario di città che consumava molto più di quanto produceva, sopravvivendo a spese di un largo strato della popolazione, il proletariato industriale minore ed il sottoproletariato, condannandola quindi all’inerzia e all’abbandono.
Anche nel quindicennio seguente, quindi, le esigenze fondamentali restarono di ordine strettamente materiale, per cui la Casa continuò ad agire in modo preponderante nei confronti dei minori, assumendo, suo malgrado, e nonostante la totale novità dell’impostazione di fondo, un ruolo di ratificazione dell’abbandono dei minori stessi, nello sforzo di attuare nei limiti del possibile una ricostruzione necessariamente artificiale dell’ambiente familiare mancante, cioè una vera e propria “comunità totale”, in quanto autosufficiente, anche se non “chiusa”. Restava, comunque, irrisolto il problema di fondo delle cause sociali dell’abbandono, del “disadattamento” e dell’emarginazione, per cui un’analisi di quanto compiuto dalla Casa dello Scugnizzo rivelò che, per quanto meritoria e coraggiosa potesse essere in sè quell’iniziativa, aveva il limite di trascurare di estendere la propria azione alla famiglia del ragazzo assistito e, più in generale, al contesto di appartenenza di queste famiglie. L’obiettivo seguente fu allora quello di proiettare l’attività della Casa in una dimensione più ampia e comunitaria, innanzitutto “aprendo” completamente l’istituto, eliminando quindi il sistema dell’internato, e costituendo una struttura sociale polivalente, che fornisse vari servizi che, nel mentre offrivano un reale sostegno in risposta a bisogni concreti a ad immediate necessità, servissero, d’altro canto, come meccanismo propulsore di partecipazione su base comunitaria.
 Quando la Casa agiva come comunità chiusa, al contrario, attraeva la maggioranza dei  casi limite, i quali si caratterizzavano in gran parte come esempi di disadattamento  ormai sclerotizzato e difficilmente recuperabile. Al contrario non agendo in funzione  puramente “terapeutica”, ma piuttosto in senso “preventivo”, senza perciò  istituzionalizzare l’emarginazione ed aprendosi ad un intero quartiere in modo  indiscriminato, si rendeva possibile un lavoro più ampio e socialmente qualificato, col  quale si cercasse di agire più sulle cause che sugli effetti dei mali sociali.
Su questa base di lavoro di quartiere, di deistituzionalizzazione dell’assistenza e di recupero della funzione del servizio sociale come meccanismo di partecipazione, di coscientizzazione e di sviluppo di comunità, nacque appunto, il Centro Comunitario Materdei, assumendo come campo specifico di azione sociale un popoloso rione della vecchia Napoli, comprendente la zona di “Materdei”, quella dei “Vergini” e delle “Fontanelle”, parte del quartiere Stella, la zona a monte di Via Salvator Rosa, Cavone e la “Salute”, quartiere Avvocata.
Scoprire ed aggredire le cause economiche  e altamente sociali del “disadattamento”, cioè svolgere un lavoro di prevenzione, significava eliminare il rischio di restringere la propria risposta ad un numero limitato di “casi”, come pure quello di porsi in posizione “sostitutiva” nei confronti delle carenze delle strutture assistenziali, fornendo dei servizi che, anziché far mutare in coloro che ne usufruivano la coscienza dei loro diritti, li facessero ristagnare in una posizione di subalternità, lasciando intanto deficitarie le strutture stesse, che tali diritti dovrebbero invece garantire.
Era però ovvio che il punto di partenza restava sempre quello offerto dal bisogno manifestato, al quale occorreva comunque dare una risposta effettiva, facendo in modo, però, che essa non conducesse a risultati opposti a quelli che ci si proponeva, ma costituisse, piuttosto, un effettivo impulso alla socializzazione, all’organizzazione e alla corresponsabilizzazione, su un piano comunitario e non individualistico. Occorreva sconfiggere il fatalismo, la rassegnazione, l’apatia e la diffidenza, provocate da secoli di oppressione, sfruttamento, non tanto ponendosi sul piano di avanguardia politica, pretendendo di “spiegare” al popolo la via migliore per il suo riscatto, senza tener conto della realtà problematica su cui ci si trova ad operare, ma piuttosto creando degli strumenti di coscientizzazione e di organizzazione “dal basso”, in funzione della progressiva scoperta delle cause prime dei fenomeni di emarginazione economica, sociale e culturale, e dei modi più adeguati e rispondenti ad una rimozione, in sede di partecipazione politica, alle scelte fondamentali per una società, a partire dal quartiere.
 Risultava evidente che gli atteggiamenti di rassegnazione e di dipendenza tipici del  sottoproletariato, erano strettamente legati al fatto che esso rimaneva sostanzialmente  ancorato a valori che non gli erano più funzionali, ma che venivano assunti come propri,  creando delle forti resistenze psicologiche ad ogni cambiamento che li potesse mettere in  discussione. Contestarne la validità “tout court” avrebbe avuto il solo risultato di  calpestare la dignità delle persone che ci credevano, spingendole ad una maggiore  chiusura mentale e ad una posizione reattiva, o strumentalmente subalterna, senza  modificare niente nella sostanza. L’impegno del Centro, invece, è stato quello di fare  emergere a livello cosciente quei “valori” che, sorti in un’epoca in cui erano  effettivamente validi alla sopravvivenza degli strati più poveri della popolazione, non  reggono più in una realtà profondamente mutata, non risultano quindi più funzionali alla  risoluzione dei problemi esistenziali della classe popolare.
Attraverso questo processo, che tendeva a far scoprire a chi fruiva dei servizi del Centro delle risorse diverse e migliori alle questioni sanitarie, scolastiche, alimentari, occupazionali etc., si ponevano le premesse per svuotare e mettere in crisi pseudo-valori, la cui stagnazione può fare comodo soltanto ad una classe dirigente che li sfrutta a proprio profitto, e per assurgere conseguentemente ad una dimensione nuova, di rivendicazione di diritti, attraverso l’organizzazione e la partecipazione diretta alla vita del quartiere, della città e dello Stato, operando così una democrazia il più possibile “diretta” e senza intermediari istituzionalizzati. Ancora oggi si perpetua tale filosofia e tutti i servizi offerti dal Centro, quindi, costituiscono un momento di aggregazione, di corresponsabilizzazione e di maturazione sociale, tendendo a ridurre al minimo la possibilità di essere sostitutivi nei confronti degli Enti preposti.
Ciò che ne consegue è una scoperta del ruolo del servizio sociale in senso opposto a quello tradizionale, piuttosto come possibilità di impegno sociale e politico per trasformare una società ma agendo concretamente “con gli oppressi” per una loro liberazione dal bisogno e dalla subalternità.
Disoccupazione e sottoccupazione, sovraffollamento abitativo, denutrizione e malnutrizione, presenza macroscopica di malattie infettive, gastroenteriche e respiratorie, precarietà esistenziale, emarginazione culturale, e rigetto scolastico, devianza psichica e comportamentale, sono i problemi di fronte ai quali il Centro si trova quotidianamente. La sua risposta non può e non vuole essere quella dell’assistenza tradizionale, che categorizza e codifica tali fenomeni in modo miope, ma piuttosto si pone come impulso ad una presa di coscienza da parte dell’utenza che sia non tanto una scelta “nostra”, ma una effettiva acquisizione loro.
La consapevolezza che il Centro Comunitario Materdei ha sempre avuto dei limiti oggettivi della sua azione sociale, che non può vederlo come unico protagonista ed animatore di un processo di coscientizzazione e di reale sviluppo comunitario in un’area urbana così vasta e popolata, e così densa di problemi, come quella di Materdei, ha sempre indotto il Centro a sollecitare il concorso di tutte le altre forze politiche e sociale del quartiere, che si pongono obiettivi analoghi di promozione sociale e di sviluppo “politico” delle masse popolari. Ciò non ha mai significato, peraltro, che il Centro Comunitario Materdei fosse disponibile ad una qualunque forma di collaborazione, che esso identifica esclusivamente in un rapporto con altre forze gravanti nello stesso ambito d’azione che, seppur differenti per punti di partenza ideologici, ne condividano le finalità generali e la metodologia d’intervento. Questo, nel caso del Centro, significa tenere conto delle esigenze emerse concretamente nella realtà del quartiere, senza una finalità precostituita d’intervento; partendo da questo livello “di base”, occorre innestare il contributo di tutte le forze interessate alla elaborazione di una strategia di intervento, puntando non tanto a schemi “di vertice”, o comunque “paternalistici” e calati dall’alto, ma piuttosto a forme di partecipazione e di organizzazione di base.
Date queste premesse non sorprende che la Casa dello Scugnizzo abbia sempre operato, grazie anche al contributo di numerosissimi volontari sparsi in tutto il mondo, sempre in anticipo sui tempi prefigurando strategie di intervento che solo dopo molti anni sono state attuate dagli Enti Locali.